Opere
1 / 8Museo Civico Archeologico
MDCCCLXXXVI-MCMLXIX



LILYROSSTAYLOR
Ciciliano, Roma

Trebula Suffenas
Pannello I
1
Descrizione

Foto 1 / 5
Umida qua gelidas summittir Trebula valles er viridis cancri mensibus alget ager, rura Cleonaco unquam temerata leone et domus Acolio semper amica Noto te, Faustine, vocant; longas his exige messes collibus; hibernum iam tibi Tibur erit. Marziale – Epigrammi, Liber V, 71 Una umida Trebula non lontana da Tibur è ricordata da Marziale come luogo ideale per il soggiorno estivo, in quanto “domina le vallate fredde pure d'estate, dove rabbrividiscono in luglio i campi, e ignoto v'è il solleone, e spirano le dolci aure del Noto”. La cittadina romana di Trebula Suffenas sorgeva presso il Passo della Fortuna, in un punto strategico segnato dalla presenza di un santuario attivo tra il IV e il III secolo a.C. e caratterizzato da un importante crocevia, che la collegava a Tibur, a Praeneste e alla valle dell’Aniene. I resti della città furono scoperti nel 1948 in seguito a una campagna di scavi avviata da Corrado Manni nella sua proprietà e dal dott. Domenico Faccenna, della Soprintendenza alle Antichità di Roma (fig. 1). In un primo momento, si pensava che i resti romani rinvenuti appartenessero a una grande villa, identificata come villa dei "Lucilii"; fu poi chiarito che si trattava dei resti dell’antica Trebula, sulla quale oggi sorge Villa Manni (fig. 2). Fondamentale per l’identificazione del sito è stata la ricca documentazione epigrafica, che attesta come Trebula Suffenas sia divenuta municipium già nel I secolo a.C., retta da duoviri e ascritta alla tribus Aniensis. Tuttavia, la città aveva ricevuto la civitas sine suffragio già intorno al 300 a.C., segnando così il suo ingresso nell’orbita romana. L’assetto urbanistico irregolare dell’area suggerisce che la città si sia sviluppata gradualmente, attraverso un’aggregazione spontanea di edifici nel corso del tempo. Tra le strutture identificate spiccano i resti di domus, un complesso termale e un piccolo foro lastricato (figg. 3-4). Le epigrafi Sono numerose le epigrafi che testimoniano la fondazione dell’antica cittadina e la sua espansione; tra queste, risultano particolarmente rilevanti l’epigrafe vaticana (fig. 5) e la cosiddetta epigrafe Gismondi (fig. 6). L’epigrafe Vaticana Alta solamente 37 cm, è conservata nella Galleria Lapidaria Vaticana, dove giunse dopo lo smembramento della collezione di Thomas Jenkins. Nel 1787, Ennio Quirino Visconti, curatore del catalogo della collezione antiquaria, la descrisse come un "frammento insigne uscito ultimamente da incerto scavo", probabilmente riferendosi agli scavi condotti nel 1786 nell’area di Ciciliano da Didacus Noronte, delegato portoghese presso la Santa Sede. L’iscrizione elenca, anno per anno, i nomi dei consoli e dei duumviri di una città non meglio specificata. I fasti attestano l’esistenza di un collegio di quattro membri di liberti, probabilmente i seviri Augustales, che ogni anno, alle calende di agosto, celebravano la loro entrata in carica inaugurando i giochi. Tra i membri del collegio ricordati nell'iscrizione figurano tre uomini con il nomen Trebulanus, riportato nelle varianti Traebulanus e Tribulanus, probabilmente liberti provenienti da una delle cinque città italiane denominate Trebula. Lily Ross Taylor, storica americana di Roma antica, fu la prima a ipotizzare che l’iscrizione appartenesse a Trebula Suffenas. Oggi tale attribuzione è supportata dalla corrispondenza tra i nomina riportati nei fasti e quelli delle numerose iscrizioni recentemente rinvenute nel territorio di Ciciliano, tra cui la cosiddetta epigrafe Gismondi. L’epigrafe Gismondi L’epigrafe è stata rinvenuta in frammenti nella seconda metà del XX secolo, durante lavori di sterro effettuati nella proprietà di Pietro Gismondi, in località Ospedale S. Giovanni, all’interno del territorio di Ciciliano. Si stima che la lastra marmorea originaria misurasse circa 120 x 90 cm. Il testo sembrerebbe riportare l’elenco dei membri del collegio degli Augustales al momento della sua fondazione, poiché menziona il loro contributo alla costruzione della schola e alla collocazione al suo interno delle imagines Caesarum, ovvero i busti dei membri della famiglia imperiale. La dedicatio della schola e delle sue decorazioni fu celebrata con una distribuzione al popolo di crustulum (focaccia) e mulsum (vino e miele) e, forse, anche con un'edizione di ludi tenutasi il 23 luglio del 14 d.C., in concomitanza con la popolare festa dei Neptunalia.